Riflessioni letterarie
- edizioniarteepoesi
- 8 apr 2025
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Generalmente di Lacan si sente parlare positivamente, mentre di Julius Evola, a mio avviso per partito preso, in maniera dispregiativa.
Personalmente, senza la "Fenomenologia dello spirito" (1807) di Hegel non so se sarei in grado di comprendere adeguatamente entrambi; i quali, tra l'altro apertamente, fanno più di un esplicito riferimento al pensatore tedesco. Mentre al contrario, chi tesse le lodi dell'uno, e i biasimi moralisti dell'altro, quando il discorso dovrebbe inoltrarsi nel suo momento noetico più elevato, lasciano intendere che di Hegel ne abbiano visto ben poco. Il dubbio, dunque, che non abbiano ben chiaro di cosa stiano parlando, quando si sperticano in plausi e rampogne, sorge spontaneo.
Lungi da me voler, ovviamente, porre la Weltanschauung di Lacan sul solito piano di quella di Evola: la differenza, per alcuni aspetti, è netta. Resta il dato di fatto che il patrimonio filosofico da cui attingono le loro teorizzazioni risulta strettamente collegato; non solo per quanto riguarda Hegel, bensì perfino per uno sfondo concettuale di matrice "classica", molto forte in entrambi (Socrate, Platone, presocratici...).
Tornando alla questione della Weltanschauung, se quella di Lacan ed Evola risulta sostanzialmente – non integralmente – divergente, la stessa cosa non può dirsi per quella del secondo, in relazione a quella di Hegel. Anche se le loro due declinazioni dell'idealismo presentano senz'altro delle differenze, è evidente la loro connessione, fosse anche soltanto per la scelta di determinati termini.
Perfino spostandosi dal piano filosofico, direttamente in quello teoretico/politico, si notano le affinità con Hegel, soprattutto se ci riferiamo ai suoi "Lineamenti di filosofia del diritto" (1821), informati, senza mezzi termini, di una visione etico politica di tipo prussiano; con una concezione <<organica e gerarchica dello Stato>>, benché non tirannica. Apparendo ciò non molto dissimile dalla dottrina evoliana sintetizzata in "Gli uomini e le rovine" (1953).
Tendenzialmente, anche Hegel viene considerato come uno di quegli intellettuali "buoni", "giusti" ed illuminati ( e a mio avviso è senz'altro così)... Non possono non sorgere altri dubbi, in tal caso, sulla corretta comprensione del filosofo prussiano; oppure che qualcuno ne faccia un uso fraudolento.
La cultura costa fatica: non fatevi raccontare i libri, e i loro autori, dagli intellettuali da "salotto", o dal primo moralista che attraversa la vostra strada.
James Curzi




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