“QUALE ERA LA FOLLIA…?”
- edizioniarteepoesi
- 25 apr 2023
- Tempo di lettura: 6 min
RACCONTO BREVE
Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale.

Non saprei da dove far nascere il racconto di questa storia, sono certo che tu che mi stai leggendo sarai disorientato ancor prima di iniziare. È naturale, d'altronde se neanche io che si presume sia l'autore ne so niente, figurarsi come puoi capirmi tu.
Si presume che sia l'autore, così ho scritto, poiché non sempre lo spazio tempo del pianeta che conosco è congiunto con quello che mi è ignoto...e non sempre il primo predomina sul secondo.
Questa è una storia di follia scambiata per un approdo nelle lande della normalità; niente di originale a dire il vero, visto e considerato che la follia è ormai a norma di legge...ma questa è un'altra questione, un discorso con il quale non voglio pungermi le dita.
Un bel giorno mi svegliai, pressappoco all'improvviso, insomma, nessuno aveva suonato al campanello, solo qualche piccolo squillo interrotto, come un'amante segreta che spera di essere richiamata e tuttavia al tempo stesso non vuole lasciar traccia di sé. Ecco, dicevo, un bel giorno, un magico giorno, magico per tutti coloro che desideravano la squisita tenerezza del bianco agnello, mi svegliai in preda ad allucinazioni visive, demoni danzanti in cerchi di fuoco e urla fameliche, dispregiative, rivolte contro di me e contro il mondo esterno, facendo apparire ancora più bizzarro quel sottobosco di elfi, fattucchiere, stregoni e apprendisti, nel quale tutto sommato mi ero abituato a dimorare. Con il fiato strozzato – più di quell'incauto amico a cui la sera prima, in preda alla foga della tigre nascosta che lo animava, era andato di traverso il rosso della sua bistecca – ansimavo cercando di riprendere aria con il pensiero, ma uno stato di costernazione, dato dalla grande paura di non riconoscermi più nell'Io che da sempre mi portavo appresso, me lo impediva.
Due occhi di bambino ficcati a forza dentro i miei, il suo respiro che ostruiva il mio, e il suo pianto impaurito per quella cattiveria che poteva dilaniare il mondo che in qualche modo fortuito si era appena ricostruito; ma non solo di cattiveria aveva paura, persino della sua stessa forza – come se un leone avesse tremore a mangiare la gazzella! –, la quale doveva essere assente, per poter approdare al gioco di inerzia che dal blu incantevole riesce a condurre al nero più scialbo. Per non disperdere neanche la minima stilla di sangue dei legami riacquisiti dopo lunghi anni di esili reciproci. Alcune stille provenivano dalla sorgente originaria, altre erano un miraggio intravisto e illusoriamente afferrato nell'amor presente.
Quella stessa fobia della forza era ciò che originava il mio male nascosto, l'ultimo gradino dell'inferno che conduce alla crudeltà, in quanto tagliava le ali del gabbiano costringendomi a divenire un corvo rapace, lucente come l'ossidiana, che nel difendersi alimentava il proprio rimorso.
Un buffo gioco di contromisure tattico difensive, volontarie e involontarie, invasero il campo nella direzione della redenzione che conduce agli azzurri in cui si rifrangono i raggi del sole, raggi che nella riflessione creano le cromie d'arcobaleno arcuate sullo specchio d'acqua che ogni anima pia desidera. Paesaggio dipinto dalla sola possibilità di un'esistenza concepita sotto il segno di una verità escatologica; plumbea e prospera nell'assenza di nuvole, o dalla capacità del vivente, in tale contesto desueto, di penetrarle con lo sguardo baluginante dell'aquila splendente sulla vetta che più alta delle altre si protende al cielo.
Ma non di simili alture era dotato il cuore mio, né tantomeno lo era il mio intelletto prosperato all'interno di uno schizzo rossobruno simile ad una macchia di sporco incrostato; della quale non conoscevo quasi niente della sua origine e del suo perché.
Ci sei ancora amico mio?
Perché io sto iniziando ad assentarmi, se non interessa a te inutile che continui a parlarne, tutto sommato non sono altro che un lupo in cerca di un altro lupo disposto ad ascoltarlo...e mentre ti scrivo mi rendo conto che le tue fauci sono sempre più simili alle mie.
Avevo un unico scopo ed era quello di sopravvivere per gli altri, come se dovessi essere la reincarnazione del divino a cui non ho mai creduto, ma a cui ho finto così bene di credere quando il sisma ha smosso le placche teutoniche, come direbbe Luzi, della mia terra interna, e di evitare quella che ritenevo sarebbe stata l'inevitabile distruzione delle persone che amavo; distruzione che immaginavo avvenisse per mano mia. Si, come una sorta di ventriloquo che non obbedisce al proprio padrone, che non obbedisce a me, io ventriloquo del mio ventriloquo!
Ci è voluto qualche anno per capire che era solo un filo di effimera inesistenza, con il compito, da me assegnatogli, di immergermi nella morte gora di dantesca memoria, anche se io non avevo nessun Virgilio al mio fianco nonostante lo avessi ricercato.
Avevo trovato solo uno scoglio a cui aggrapparmi, ma pur nella sua non friabilità che lo rendeva di buona consistenza e volontà, anziché arginare il mare di cui cantava il buon Battisti, lo ritorceva contro di me facendomi calare ancor di più nell'abisso, ed una delle mie cure, anzi "La cura", è stata proprio aprire le mani esauste ed insanguinate, lasciarlo svanire tra le rose che oscurano la vita, e aggrapparmi al niente, a quel filo di abisso che si sporge dai gorghi dell'oceano a pelo d'aria, fino ad afferrare quella corda ancora indecifrabile di ossigeno, e inspirarla poi a pieni polmoni, al punto che il ritorno di sale non venne espulso dal più profondo meandro di oblio contenuto al mio interno.
Le colpe hanno iniziato ad affievolirsi quando compresi che non ero il solo corvo a non amare nessuno, ma che nessuno amava nessuno, che nessuno amava me! Che anche le allodole erano rapaci, che le colombe bagnate dal bianco della pace ed adornate dalle cromie arcobaleniche si facevano la guerra!
Esattamente come le bazzecole che ci raccontano in televisione quando devono premunirsi di farci assimilare correttamente un conflitto internazionale!
Il buono è sempre un guerrafondaio costretto ad esserlo per portare avanti le cause della colomba.
Ognuno mi amava di quell'amore che da quel lato del cerchio chiuso che è la vita rende simili a se stessi, e dall'altro capo di esso, il quale si interseca col primo, di quell'eros che brama l'altro secondo il modello ritenuto valido dall'amante, amante che giustifica la correttezza di quel prospetto con la spontanea volontà di aderirvi dell'amato, poiché incapace di ammettere la propria cupidigia sadica nei suoi confronti. Così da non sobbarcarsi di un'altra croce – dal legno intarsiato con il piombo –, tra le mille croci di una vita spesa nelle possibilità mancate all'esistenza.
Non solo, l'amante dall'amato viene percepito come buono e giusto, non visto nella crudele forma dell'eros che assume le fattezze di un cupido a cui si lascia dispiegare le ali di Thanatos. Volontà di potenza che mira ad impartire un'identità all'oggetto e a modificarla come creta nelle mani del vasaio. Poiché se non lo facesse sarebbe per se stesso, sì quel se stesso così accuratamente occultato, come ammettere che colui che gli fa dono del suo amore non lo ami autenticamente, ed anzi, al contrario, lo stia addirittura sottomettendo!
Consapevolezza che farebbe naufragare la sua già pericolante stima di se stesso.
Meglio sotterrarla, la consapevolezza, nei bassifondi della collina oscura dove si cela insieme alle mitologiche creature sotterranee ciò che deve essere inevitabilmente, necessariamente, inesistente e indecifrabile.
Ci sei ancora amico mio?
Perché io sto iniziando ad assentarmi, se non interessa a te inutile che io continui a scriverne, tutto sommato non sono altro che un lupo in cerca di un altro lupo disposto ad ascoltarlo...e mentre ti parlo mi rendo conto che le tue fauci sono sempre più simili alle mie.
<< Sì ci sono, e lo sai bene che sono il tuo specchio, sai bene che non ti amo e che porto il tuo sangue e il tuo fango dentro queste mie spoglie, spoglie che sapientemente io e te abbiamo, in seguito al nostro lavorio magico, vespro dopo vespro, edificato in tutta la loro decadente magniloquenza.>>
<<Ah...perfetto, siamo due scogli nel sale che ha prosciugato l'oceano, figli di quella goccia di eterno che non abbiamo mai compreso e della quale non ci siamo mai sentiti parte.
Leopardi si chiedeva dell'infinito, io invece mi preoccupo dell'effimero, del soffio che si esaurisce, poiché le mie ore potrebbero consumarsi qui, in questo istante, in questo mio dialogo con te, con me...e non ci sarebbe eternità in grado di ripagarmi. Finché mi sento disperso, piccolo nell'infinito, percepisco la mia esistenza e la paura di essere riassorbito può bagnarmi di quel medesimo infinito, e sì, indubbiamente angosciarmi...ma la finitudine dell'esistenza che si accompagna alla falce bruna splende nel cielo ogni giorno, la sua consapevolezza è mortale. La sua consapevolezza è concretezza. La sua consapevolezza è la nostra più intima arte. La nostra morte appartiene alle sfere, l'infinito, così come l'eternità, ci tocca concretamente soltanto nell'attimo di comprensione che segna la dimensione futura del nostro percorso>>.
Non ho più tempo per impazzire...
Sulle fronde degli alberi risplendono il sole e la luna, il sangue rosso del vespro e una inesplicabile sorgente di acqua cristallina che ne irrora le radici...
Un verdeazzurro che non spetta a me decifrare...e in ogni caso al mio sguardo, perso tra i voli pindarici dell'uomo, resta e persisterà nel restare, sempre e comunque inafferrabile.
• James Curzi
2023
[In foto: Gustave Courbet, Autoritratto o Uomo disperato, 1843 circa, Olio su tela, 45 x 54 cm]



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