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"Lo smarrimento del soggetto"

Cercare di escludere i processi di soggettivazione dall’essere del soggetto, a favore di uno studio di esso svolto sotto il segno di un’esasperata oggettività meccanicistica, nel tentativo di disvelarne l’essenza, non conduce alla sua comprensione, alla verità sul suo essere soggetto, ma al suo totale smarrimento.

Non a caso nell’antichità – faccio riferimento ai filosofi greci e a quelli dell’epoca ellenistica-romana – si riteneva che i processi di ascesi raggiungessero il culmine nel momento in cui il soggetto diveniva capace di soggettivazione del discorso vero, il che non significava certo destinarlo alla morta gora del relativismo odierno.

Al giorno d’oggi la filosofia con cui viene educato l’uomo risulta un compromesso tra due tendenze opposte:

in prima istanza, la negazione del soggetto tramite un’esasperazione dei processi di oggettivazione, in cui si nega ciò che di più propriamente umano esista, ovvero la capacità di “sentire”, “interpretare” e “rielaborare”, plasmando l’uomo sul modello della tecnica con la quale sono costruite le macchine;

in seconda, la negazione di validità di ogni sorta di codice morale sotto i colpi della scure del relativismo.

Entrambi i processi, apparentemente contrastanti, servono il medesimo scopo, quello di eliminare la capacità di azione dell’individuo. O per contestualizzarla in termini filosofici più accurati: trasformare il “soggetto” in mero “individuo”.

Il primo processo la paralizza (la capacità di agire) nella direzione di un’intelligenza meccanicistica, in cui è vero – sull’onda deterministica di un realismo esasperato [1] – solo ciò che è materia o che viene calato dall’alto (generalmente designato con il nome di “natura”, “scienza”, ecc.ecc.), riducendo dunque l’uomo a una condizione di impotenza, in quanto non soggettivando alcunché, le sue azioni risultano determinate da cause esterne a sé stesso, e in tal caso, in gran parte, come asseriva Foucault, da chi diffonde il sapere, che nella sua grammatica applicata su scala sociale, risultava inscindibile da chi detiene il potere. [2]

Il secondo processo invece è funzionale a negare ogni attribuzione di valore morale ad alcunché, così da rendere accettabile ciò che di fatto non lo è.

Il relativismo crea uno stato di anarchia, che come sempre avviene, nell’assenza di regole che lo contraddistingue, in ultima istanza, crea le condizioni perché divenga giusto il precetto espresso da chi è dotato di maggiore potenza; quindi di una ristretta cerchia di élites finanziario/politiche – le stesse che promuovono l’approccio “razionale” e meccanicistico.

Provando invece ad inoltrarsi leggermente nelle motivazioni più profonde – sarò breve, poiché non è questa la sede adatta per esaurire l’argomento –, il movente inconscio, se non il principale tra i più importanti, per cui viene proposta questa tipologia di approccio disumanizzante alla vita che tende ad escludere la soggettività, è il tentativo di dominare il fattore “imprevedibile” dell’esistenza umana, della sua natura e dell’universo che la circonda e di cui fa parte. Così da rendere il soggetto che ha come oggetto di sapere sé stesso – per dirla con il lessico di Heidegger – un mero ente sottomano, ovvero materia morta. Scindendosi così da sé stesso e dalle proprie sensazioni, e al contempo, essendo altro da sé, e assumendo le fattezze di qualunque altro oggetto sottomano, si produce in esso, artificiosamente, l’illusione di poter controllare in tutto e per tutto la propria natura. Analogamente ad alcuni dei meccanismi di mantenimento individuati dalla Mahler nelle psicosi infantili, da lei appellati con il nome di “meccanismi di deanimazione”. [3] E ancora, per merito della scissione, dell’essere una parte del soggetto altro da sé, divenendo estraneo a sé stesso, ottiene il “vantaggio”, allucinatorio, che ciò che di spiacevole sia costretto a subire dall’esterno, o a scorgere al proprio interno, non riguardi la sua persona.

Stessa cosa avviene nei confronti del mondo circostante come oggetto di studio, tutto deve essere operato con intelligenza meccanica e calcolatoria, priva di sentimento, di vero interesse (dal lat. interesse ‘essere in mezzo‘); questo serve appunto a mantenere il distacco dal mondo così da godere della sensazione fittizia di non poterne essere scalfito e di possedere la facoltà di controllarlo, al pari di un qualunque oggetto inanimato, inerte e dunque soggetto esclusivamente alla nostra volontà.

<<Ci si guarda bene dal dire che l’ambiente in cui la tecnica acquista il suo potere sulla società è il potere di coloro che sono economicamente più forti sulla società stessa. La razionalità tecnica di oggi non è altro che la razionalità del dominio. È il carattere coatto, se così si può dire, della società estraniata a se stessa.>>

Max Horkheimere Theodor Adorno, “Dialettica dell’illuminismo”, 1947

• James Curzi

Note bibliografiche.

[1] In merito all’espressione “realismo esasperato“, mi riferisco alla sua accezione negativa, similmente alle concezioni espresse da Gentile nei discorsi ai maestri di Trieste. (1923)

[2] “Sorvegliare e Punire” (1975) – Michel Foucault

[3] “Le psicosi infantili” (1968) – Margaret S.Mahler

• Curzi James 30/06/23



 
 
 

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