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Ernst Jünger – "Il trattato del ribelle" (1951) –Piccola Biblioteca Adelphi, 2481990, 23ª ediz., §14

«(...) Il luogo della libertà è ben diverso dalla semplice opposizione, e non si trova neppure mediante la fuga. Noi a questo luogo abbiamo dato il nome di bosco. Qui sono a disposizione mezzi diversi oltre al semplice «no» da scrivere in una determinata casella. Siamo certo costretti a riconoscere che forse allo stato attuale delle cose soltanto una persona su cento è in grado di imboccare la via del bosco, ma qui non è questione di proporzioni numeriche. Quando il teatro va a fuoco, bastano una mente lucida e un cuore impavido per arginare il panico dei mille che si abbandonano a un terrore bestiale e rischiano la morte per soffocamento uno sopra l’altro.

Quando in questo libro si parla di singolo, si intende l’essere umano, privato però di quella specie di retrogusto che a questo termine è stato associato negli ultimi due secoli. Si intende parlare dell’uomo libero come Dio l’ha creato, l’uomo che si nasconde in ciascuno di noi, e non costituisce un’eccezione, né rappresenta un’élite. Se vi sono differenze, esse sono dovute esclusivamente alla misura in cui il singolo riesce a rendere operante quella libertà che ha avuto in dono. Per questo ha bisogno di aiuto – l’aiuto del pensatore, del saggio, dell’amico, dell’amante.

Si può anche dire che nel bosco l’uomo dorme. Non appena aprendo gli occhi riconosce il proprio potere, l’ordine è ristabilito. Il ritmo superiore della storia può addirittura essere interpretato come il periodico riscoprirsi dell’uomo.

Esistono forze – ora totemiche, ora magiche, ora tecniche – che incessantemente gli vogliono imporre una maschera. Cresce, allora, la rigidità, e con essa la paura. Le arti impietriscono e il dogma diventa assoluto. Ma sin dai tempi più remoti si ripete la medesima scena: l’uomo getta la maschera, e allora subentra quella serenità che è l’immagine riflessa della libertà.

Catturati nel gioco di potenti illusioni ottiche, siamo abituati a considerare l’uomo, se confrontato con le sue macchine e con l’arsenale della sua tecnica, un granello di sabbia. Ma queste illusioni sono e rimangono i fondali di una immaginazione gregaria. Come l’uomo le ha costruite così le può demolire, ovvero le può inserire in un nuovo ordine di significati. I vincoli della tecnica si possono infrangere, e a farlo può essere proprio il singolo. (...)»


[Ernst Jünger – "Il trattato del ribelle" (1951) – Piccola Biblioteca Adelphi, 248 1990, 23ª ediz., §14]



 
 
 

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