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Premio Letterario Nazionale 3° edizione anno 2026

Il 15 Gennaio 2026 ha avuto inizio la 3° edizione del Premio Letterario Nazionale "Arte e Poesia Nella Notte" dedicato alla figura del Poeta Gabriele D'Annunzio prorogato fino al 01 Maggio 2026.

Le sezioni a cui poter partecipare erano 4:

1. POESIA INEDITA ED EDITA IN LINGUA ITALIANA A TEMA LIBERO

2. POESIA STRANIERA: INEDITA ED EDITA IN LINGUA INGLESE A TEMA LIBERO

3. SILLOGE POETICA: INEDITA ED EDITA A TEMA LIBERO (da min. 25 poesie a max 40 poesie)

4. POESIA DEDICATA ALLA FIGURA DEL POETA GABRIELE D’ANNUNZIO con preferenza alla tematica della sua concezione dell’eroismo tragico (nel senso greco del termine “tragico”) come mezzo di ascesi virile.

Vincitori 

Premio Presidente
2° premio sez.4 Poesia dedicata al poeta Gabriele D'Annunzio
1° premio sez.4 Poesia dedicata al poeta Gabriele D'Annunzio
2 premio sez.3 Luigia Serafini
1 premio sez.3 Stefano Baldinu
2° premio sez.2 Poesia in lingua Inglese a tema libero
1° premio sez. Poesia in lingua Inglese a tema libero
3° premio sez.1 Poesia Italiana a tema libero
2° premio sez.1 Poesia Italiana a tema libero
1° premio sez.1 "Poesia Italiana a tema libero"

Recensioni Poesia a tema libero sez. 1

Commento Critico:

 

"Il rumore del mare d’inverno" di Luigia Serafini,

I° poesia classificata, sez.1, poesia a tema libero

della III° edizione del Premio Letterario nazionale "Arte e Poesia nella Notte" — James Curzi 

Il rumore del mare d’inverno

 

Batte.

Batte.

 

Nel petto.

Nel tempo che torna.

Dove l’amore

ha imparato a bruciare.

 

Non carezza. 

Insiste.

Batte e tace,

poi batte ancora.

Onda su onda,

voce antica

senza promessa.

 

Qui l’eterno non consola:

ritorna.

 

E ciò che è vero

senza chiedere perdono

si infrange

e resta.

La poesia di Luigia Serafini è costruita su un telaio poetico apparentemente semplice, in cui mediante l'adozione del verso libero, e di registri lessicali e strutture sintattiche accuratamente limate nella direzione dell'essenzialità, viene elegantemente posto in luce quello che, ad avviso di chi sta scrivendo, è il nucleo più profondo dell'eterno e, in via del tutto spontanea, potrebbe anche essere tranquillamente ricollegabile al concetto di Archè¹ dei pensatori ionici appartenenti alla cosiddetta scuola di Mileto, e altresì, in senso lato, a vari concetti peculiari della filosofia tradizionale, oltre al nucleo di originarietà profonda che pervade il pensiero dell'Heidegger della Kehre².

 

Per la corretta ermeneutica del testo ritengo che non ci si dovrebbe invece arrestare al concetto di verità espresso dalla prospettiva heideggeriana, in cui l'aletheia³ non designa la verità come mera corrispondenza tra intelletto e realtà, bensì come evento di svelamento (Unverborgenheit), attraverso il quale l'essere si manifesta sottraendosi, almeno in parte, al nascondimento. Sotto tale ottica la parola poetica assume pertanto una funzione rivelativa: non descrive semplicemente il reale, ma ne dischiude un orizzonte di senso, rendendo visibile ciò che altrimenti rimarrebbe occultato. Piuttosto, sono del parere che per intendere la poesia della Serafini, si renda necessario ricondurre il concetto di eternità a quei valori immutabili e trascendenti che, pur nel continuo divenire eracliteo, trovano una stabilità perenne ed indistruttibile, lasciando così intravedere una possibile consonanza con l'immobilità dell'essere postulata da Parmenide.

 

L'eterno, a cui "Il rumore del mare d’inverno" —  tramite l'uso calibrato di figure retoriche dove il mare assurge a simbolo di entità immutabile nella sua mutevolezza — ci pone di fronte, non è un eterno antropomorfizzato: non consola, non carezza, non accusa, non chiede perdono e, altresì, la sua verità è ineluttabile e indistruttibile. Al cuore dell'uomo spetta l'onere, e l'onore, di saperla accogliere nell'atto stesso del suo riconoscimento, assumendola su di sé come principio fondante del proprio stesso essere.

 

Note bibliografiche

 

¹ Dal greco antico ἀρχή, ărchḗ, traducibile come «principio», «origine».

 

² Con il pensiero della Kehre Heidegger orienta progressivamente la propria riflessione verso la questione dell'Essere nel suo carattere originario, inteso non come fondamento metafisico, bensì come apertura originaria entro cui gli enti possono manifestarsi. Cfr. M. Heidegger, Lettera sull'umanismo (1947); Identità e differenza (1957).

 

³ Sul significato di ἀλήθεια come “non‑nascosto” e sulla verità come evento di apertura (Unverborgenheit) si veda in particolare M. Heidegger, Essere e tempo (1927); cfr. anche Lettera sull’umanismo (1947) e opere varie.

Commento Critico:

 

"Ruggine di seta" di Giulia Andrea Pansera,

II° poesia classificata, sez.1, poesia a tema libero

della III° edizione del Premio Letterario nazionale "Arte e Poesia nella Notte" — James Curzi 

Ruggine di seta

 

Orgogliose del loro indomito fiorire,

Candide tamerici ondeggiavano sulla costa

Confinando l’estate tra aride dune,

Oltre lo spiraglio turchino del cielo.

Si spargevano gli ultimi acini di luce

Verso le sagome alate di rauche sterne,

Nel loro sfocato planare in dissolvenza.

Sotto dolci e piccoli grappoli d’attesa,

Ci facevano ombra le lunghe ciglia,

E guancia a guancia, ridevamo dei giorni

Essiccati al sole come mazzi di parole,

Immaginando sconosciute metamorfosi.

Crisalidi nude, mietute dal vento,

Spolveravano l’eco dei nostri corpi erranti,

Lievi carezze in motivi senza forma.

Era ruggine di seta infranta sugli scogli,

Salina melodia ormai dispersa,

A sfogliar il calendario dell’avvento

Di questa inattesa e nuova solitudine,

Che spacca la pietra d’una ben più dura verità...

E forse, una volta ancora, oppure mai più,

Ripenseremo al bianco fiorire di petali.

Giulia Andrea Pansera nella sua “Ruggine di seta” predilige l’uso del verso libero su “metriche” piuttosto lunghe mediante l’adozione di registri lessicali e scelte sintattiche raffinate e generose in termini di suoni, cromatismi, sensazioni tattili, uditive e visive. Attraverso un uso continuativo di metafore ai limiti dell’allegoria viene presentato il ricordo delle stagioni di un amore che, nell’attualità della storia narrata, sembrerebbe appartenere al passato. Immagini di agognate e sconosciute metamorfosi avrebbero reso radioso il futuro se solo non si fossero dissolte come “salina melodia ormai dispersa”, all’ombra di una solitudine incombente che spacca “la pietra d’una ben più dura verità”,  introducendo il lettore, nel concludersi del testo, nella terra della malinconia, dove l’amore lo si coglierà, probabilmente, in chiave retrospettiva, preservandone quel dolce amaro dato dalle sue stagioni migliori, e dalla consapevolezza del suo non esser più.

Rimarrà il ricordo fecondo, forse, del bianco fiorire di petali di una situazione che, valutando le sue dinamiche affettive a posteriori, sorgeva già sotto il presagio di una impossibilità a raggiungere il proprio telos¹, destino, verosimilmente, benché inatteso da ciò che emergeva a un primo sguardo, già inconsciamente presentito dai suoi attori, anche se di ciò al lettore non è data certezza. Tuttavia, a chi scrive piace pensare che la dolcezza e l’incanto della pregiata “Ruggine di seta” che continua ad avvolgere il cuore di ogni amante disilluso dalla solitudine, possa continuare a vivere e riattualizzarsi in altre vesti grazie al reinvestimento del sentimento su un nuovo oggetto d'amore, sul quale le precedenti relazioni oggettuali vengono transferalmente riattualizzate² e, attraverso l'esperienza affettiva, rielaborate in forme più mature vissute, questa volta, sotto l’ottica di una visuale in grado di condurre l’Eros — definito da Freud anche istinto di vita³ — al suo completo sviluppo su un piano solido di vigilanza e consapevolezza di sé e dell’altro.

Note bibliografiche

¹ Telos (τέλος), in greco antico, significa “fine”, “compimento”, “scopo” o “fine intrinseco”. Nella tradizione filosofica, in particolare aristotelica, designa il fine verso cui una realtà tende per natura e nel quale trova il proprio compimento.

² In psicoanalisi il transfert indica la riattualizzazione, nella relazione presente, di affetti, desideri e modalità relazionali inconsci originariamente strutturatisi nelle prime relazioni oggettuali, soprattutto con le figure genitoriali. La successiva elaborazione della teoria psicoanalitica delle relazioni oggettuali considera tali configurazioni interne come dinamiche e suscettibili di trasformazione attraverso le esperienze affettive successive. Ogni nuova relazione significativa può infatti concorrere alla rielaborazione del mondo interno e delle modalità relazionali di tipo transferale con cui il soggetto si rapporta agli altri, favorendo, od ostacolando, l'integrazione e la conservazione degli aspetti positivi interiorizzati delle esperienze affettive e l'elaborazione di quelli frustranti o disfunzionali. Il processo di maturazione psichica e relazionale, nei casi favorevoli, consente così un progressivo reinvestimento — sotto il segno di un necessario spostamento della meta — dell’energia psichica in forme di amore sempre più integrate, realistiche e mature, nelle quali le componenti infantili, edipiche, preedipiche e fusionali, tendono a essere creativamente elaborate, sublimate e ridimensionate.

Le considerazioni qui espresse sono delle mie interpretazioni personali costruite riferendomi a vari testi psicoanalitici, tra cui:

Cfr. S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi (1915-1917), Torino Bollati Boringhieri (1978; 2002); S. Freud, L'Io e l'Es (1923), Roma, Newton Compton (2010, 2015, 2018); M. Klein, Scritti 1921-1958, Torino, Bollati Boringhieri (1978; 2006); E. Fromm, L'arte di amare (1956), Bestsellers Oscar Mondadori 1996, ristampa del 2007, e opere varie; O.F. Kernberg, Mondo interno e realtà esterna (1980), Torino, Bollati Boringhieri (1985; 2002).

³ Con Eros, Freud designa l'insieme delle pulsioni di vita volte alla conservazione dell'individuo, alla coesione e alla creazione di legami affettivi, in contrapposizione alle pulsioni distruttive o di morte (Thanatos). Cfr. S. Freud, Al di là del principio di piacere (1920), Torino, Bollati Boringhieri (2006), Ed. Gruppo Editoriale L’Espresso (2006); cfr. anche S. Freud, L’Io e l’Es (1923), Roma, Newton Compton (2010, 2015, 2018).

Commento Critico:

 

Via Lattea di Xheni Kapplani

III° poesia classificata, sez.1, poesia a tema libero

della III° edizione del Premio Letterario nazionale "Arte e Poesia nella Notte" — James Curzi 

Via Lattea

Alla mia gatta, Tamla

 

I gatti con nodi nei baffi

Si avvicinano più

agli scatti di parole,

all’ostacolo di luce

sull’orlo del tavolo,

agli occhi lasciati a occhiare,

ogni nodo nei baffi

è un punto di orientamento

che punta direttamente sulla mia casa, sparsa.

.

Un testo breve ed allegorico dove i gatti, o meglio i nodi nei baffi, punti di orientamento della coscienza narrante — o quantomeno dell’Io che in prima persona interpreta il testo — lasciano pensare a un sistema esistenziale in cui la figura dei nodi assume anche un significato di incompletezza: orientamento sì, ma perfino interruzione del senso di continuità ed armonia della persona, dell’individuo, cesura qui rappresentata probabilmente anche, e soprattutto, dalla “casa, sparsa”, come ben insegna la psicoanalisi sottolineando l’equivalenza simbolica tra Casa ed Io¹.

“I gatti con nodi nei baffi” “si avvicinano più agli scatti di parole”, a una forma di comunicazione e di relazione con il mondo — perché l’uomo è sempre in relazione con il mondo tramite un linguaggio che, con i suoi specifici simbolismi, lo trasforma nel proprio mondo —, a una luce che diviene anche ostacolo, probabilmente a luogo di una forma di consapevolezza che conduce ai punti estremi della dimensione del finito, del desco su cui si distende l’arco temporale della vita². Un sistema di orientamento e di conoscenza che, quando non pienamente padroneggiato, talvolta poiché determinato da una sorta di automatismo, rischia di disperdersi inseguendo molteplici direzioni, conseguenza di un parziale smarrimento del centro esperienziale di un Io non pervenuto al suo massimo grado di attività.

​Vi è, tuttavia, in tutto ciò, oltre alla positività della potente introspezione e, a mio avviso, dell’invito sotteso di porre infine il lettore in condizione di introspezione esistenziale, la controparte intuibile, benché tutta da sviluppare, di concepire su un piano di unitarietà la coscienza individuale che, come si evince da quanto appena affermato, non dovrebbe ritrovarsi dispersa in infiniti rivoli disarticolati tra loro; e, altresì, perfino l’auspicabile evenienza di pensare a un sistema esperienziale dell’Io capace di coniugare organicamente la molteplicità delle sfaccettature del mondo e della propria forma interna ritrovando, sia in sé stesso che all’esterno, nient’altro che sé medesimo, pur nell’irriducibile distinzione che caratterizza la molteplicità.

Continuità ed unità, e inoltre apertura ad infinite diramazioni padroneggiate dal polo esperienziale dell’individuo: che altro non è se non l’autentico nucleo profondo dell’Io — la sua più intima essenza.

Note bibliografiche

¹ Cfr. S. Freud, L’interpretazione dei sogni (1899), trad. it., Bollati Boringhieri, Torino, ristampa del 2006 Gruppo Editoriale L’Espresso; E. Fromm, Il linguaggio dimenticato (1951), trad. it. Gabriella Brianzoni, Bompiani, Milano, 1961. Ristampa III Ed. ”Saggi Tascabili”, 1998.

² Cfr. M. Heidegger, Essere e tempo (1927), trad. it. di Alfredo Marini, Arnoldo Mondadori, Milano, ristampa del 2020; Id., Lettera sull'umanismo (1947), trad. it., Adelphi, Milano, 1995.

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